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In Amarcord di Fellini

Published on ottobre 31st, 2013

Forse aveva ragione lui nel sostenere che, in fondo, il cinema è solo un gioco: un gioco per borghesi annoiati. Giocare e voler mettersi in gioco di continuo, quasi fosse una vocazione (o una malattia, come diceva Frank Capra). Star lì come un lupo fermo che annusa il vento per decidere quale direzione prendere, per poi gettarsi in una nuova impresa, spinto unicamente dall’istinto. Fermarsi ancora e reinventare tutto, partendo da una nuova esperienza o da un’occasione offerta dal caso. Come quella volta che era lì, perso tra i suoi disegni e i suoi appunti, ed alla porta del suo ufficio si presentò Roberto Rossellini per proporgli di sceneggiare “Roma città aperta”. E fu la svolta. Poi i grandi successi: “I vitelloni”, “La strada”, “Le notti di Cabiria”. E la consacrazione con “La dolce vita”. E la crisi, che immancabilmente fa seguito ai momenti di massimo splendore nella vita di un artista – “Mi sento un ferroviere che ha venduto i biglietti, messo in fila i viaggiatori, sistemato le valigie nel bagagliaio: ma dove sono le rotaie?-“*

Ma le rotaie, quella volta, erano proprio scomparse – “Nelle ultime settimane, con ansia crescente, avevo tentato di ripercorrere l’itinerario della gestazione di quel film al quale non avevo saputo dare neanche un titolo. Sulla cartella dove raccoglievo gli appunti avevo scritto provvisoriamente “”, riferendomi al numero dei film che avevo girato fino a quel momento. Dunque: com’era nata l’idea? Cos’era stato il primo contato, presentimento del film?-“*

Dovremmo forse ringraziare il cielo per quel momento di riflessione forzato (per via dell’accentuarsi di alcuni problemi di salute) che permise al Maestro di tornare alla sua grande passione per le caricature; diversamente non avremmo mai potuto godere di quell’Amarcord ormai divenuto, nell’immaginario collettivo, un album di ricordi senza tempo della più genuina provincia italiana.

Il bello di questa storia è tutto qui. Per il resto, è ormai rimasto ben poco da dire: son più di sessant’anni che ci affanniamo nell’inutile tentativo di dire anche l’impossibile dell’esperienza cinematografica di quest’uomo … quasi che quei numerosi vaneggiamenti tra i quali si perdeva in occasione di ogni singola intervista non fossero da soli sufficienti a soddisfare la curiosità dei fan più esigenti. E se n’è troppo abusato nelle citazioni, negli omaggi. Sicché a vent’anni dalla sua scomparsa, si prova quasi un senso d’imbarazzo nell’andare alla ricerca di aneddoti, o comunque di espressioni adatte a tessere le lodi del genio. Anzi, mi piace pensare che, in fondo, lo scaltro Fellini avesse già previsto tutto: magari tutto questo vociferare di grandi “esperti”, più o meno titolati, già aleggiava vorticosamente in quel vento che improvvisamente irrompeva nelle scene finali dei suoi film. In quel vuoto dove ogni nostro gesto ed ogni nostra parola va inevitabilmente a finire.

Fellini non aveva risposte sul mistero della vita, né sui grandi problemi del mondo. Desiderava semplicemente essere accettato così com’era, essere lasciato in pace con i propri pensieri.

Del resto, un vero artista altro non potrebbe desiderare.

Gianluca Impedovo (quello di qua)

*tratto da “Federico Fellini – Intervista sul cinema” di Giovanni Grazzini, 2004, Editori Laterza

 

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