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Crialese. TERRAFERMA. Raccontare il sud del Mondo

Published on settembre 18th, 2011

Dopo “Respiro” nel 2002 e “Nuovomondo” nel 2006, il regista e sceneggiatore Emanuele Crialese realizza un nuovo film: “Terraferma“. Appena premiato con il Premio Speciale della Critica al Film Festival di Venezia, il film è da poco nelle sale italiane. Il regista italiano, che è nato a Roma e ha studiato regia a New York City, ottiene così un’importante riconoscimento per l’ultimo lavoro realizzato.

Affascinato dalle storie e dalle persone siciliane che nell’isola hanno origine e che spesso partono per lunghi viaggi, Crialese, già nel film “Respiro”, ha dato prova di saper raccontare il mare e il sud del mondo, tema poi sviluppato, di volta in volta, contestualmente ad argomenti storici e sociali. In “Respiro“, storia ambientata a Lampedusa, c’era una donna (interpretata da Valeria Golino) che, tra stati di gioia e manie depressive, viveva ai limiti della consapevolezza il rapporto con il marito e il figlio; in “Nuovomondo” il racconto della massiccia fuga degli anni ’50 dei meridionali verso l’America. In “Terraferma” tutto cambia: questa volta è la terra di Sicilia che viene raggiunta da emigranti africani in fuga dalla miseria.

Crialese ormai è un regista affermato a livello internazionale: il film “Respiro” vinse il Critic Week Grand Prize al Film Festival di Cannes e la nomination per miglior film europeo al Cesar Awards, uno dei più importanti premi cinematografici francesi, oltre ad altre nomination e premi in vari festival europei. Il film ha riscosso molto successo anche tra i media internazionali, ricevendo numerose recensioni sui magazine americani come il Washington Post e il New York Times; il critico Peter Debruge, della celebre rivista cinematografica newyorkese Première, ha scritto << Negli annali delle più belle storie che raccontano le isole del Mediterraneo, “Respiro” riflette la grazia spontanea come il film “Il Postino“>>.

Nel trittico di storie immaginate e prodotte dal regista, “Respiro” rappresenta il prologo, “Nuovomondo” lo sviluppo della storia e “Terraferma” la conclusione. Il regista dipinge l’incontro tra due realtà contrapposte: quella di culture autoctone, dove non c’è scarto temporale tra lavoro, socializzazione, creatività ed economia di mercato. Tutta la retorica sull’immigrazione, clichè borghesi e intolleranza dei clandestini sono sempre lasciati come un rumore di sottofondo, mentre la storia è rappresentata con splendide immagini che portano il film dritto al cuore dello spettatore. Una madre, un figlio (interpretato dal bravo Filippo Pucillo), e il nonno ex-pescatore: “di pesca sull’isola non si vive più, ormai…”, dice un collega del nonno “I nostri avi andavano in mezzo al mare e pescavano tanti pesci, oggi in mezzo al mare si pesca solo carne nera!” Cosa fare? Vivere di turismo ma come nascondere il non-detto, il rimosso, agli occhi e alle orecchie di estranei?”

In “Terraferma” c’è una barca con 77 persone a bordo che parte dalla Libia e, dopo 217 miglia, rimane per 21 giorni alla deriva in mare al largo delle coste italiane, senza acqua né cibo. Nessuna imbarcazione presta soccorso e porta i dispersi in salvo. Il barcone approda sulle coste di Lampedusa e i marinai della Guardia Costiera trovano a bordo 73 persone morte e 4 sopravvissuti, tra cui 3 uomini e una sola donna: Timnit. T. Questa è la storia vera che ha ispirato il regista, << Se la nostra si definisce una “civiltà” perché si lasciano morire in mare uomini, donne e bambini? Ho scritto la storia come se mi rivolgessi a un bambino, per essere il più semplice possibile, dopo che ho incontrato Timnit ho visto i suoi occhi…dicevano che quando ha visto la terra è come se avesse visto il paradiso”>>.

Il film è stato girato l’estate scorsa a Linosa. Crialese sfiora con maestria tabù culturali come l’incesto, il fratricidio e l’accettazione reciproca del diverso, temi che fanno emergere la verità dei valori rispetto alla mistificazione dei non-valori. Durante tutto il film, il dialetto siciliano diventa familiare, come se ci si sentisse nel proprio intimo coinvolti nelle scelte che presuppone il film e nelle domande generali su cui il regista prova a far interrogare l’opinione pubblica.

Crialese al festival di Venezia ha detto: “Il film è una storia, un’analisi e anche una domanda aperta; io mentre filmo mi faccio delle domande a cui non è detto debba dare delle risposte. Sicuramente il fatto di porgerle al pubblico susciterà un dibattito e allora il frutto di questa interazione tra il film e le reazioni del pubblico troveranno delle conseguenze“.

La madre siciliana, interpretata da una straordinaria Donatella Finocchiaro (“Per me il personaggio di Giulietta rappresenta questa lotta tra l’accoglienza e l’ostilità” ha dichiarato), sarà sempre interdetta tra aiutare gli immigrati oppure liberarsene, a causa di una situazione economica disagiata. Alla fine piangerà così da far capire che la condivisione è l’atto più alto dell’esser umano. Un grande film per quello che ormai è uno dei più grandi cineasti italiani contemporanei. La capacità di trattare le grandi tematiche della società italiana di oggi con semplicità, senza mai scadere nella retorica, dando sempre spunti di riflessioni e facendo appassionare alla storia in sè, la maestria nel descrivere il Sud, con le sue contraddizioni e bellezze, sempre al riparo da paradigmi culturali e stereotipi, la bellezza delle immagini e la raffinatezza nel descrivere peculiarità umane e paesaggistiche fanno di questo regista uno dei più sopraffini del panorama internazionale odierno.

Il film ha visto la collaborazione come storyboard artist del fumettista Giuseppe Liotti, che ha disegnato le tavole per le immagini del film ritraendo veri e propri quadri. Lavoro stupendo! Complimenti!

Vito Lopriore

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